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40 Novelle Hans Christian Andersen
Fecero una barchetta con un pezzo di giornale, ci misero il soldato e lo vararono nel
rigagnolo della via. I due ragazzi gli correvano appresso battendo le mani. Cielo, aiutami! Che onde
c'erano in quel rigagnolo e che corrente terribile! La pioggia doveva proprio esser caduta a torrenti!
La barchetta di carta beccheggiava forte forte, e tal volta girava così rapidamente, che il soldato
sussultava. Ma rimaneva intrepido, però, nè mutava colore; guardava sempre fisso davanti a sè e
teneva il fucile in ispalla.
Improvvisamente, la barca scivolò in un tombino; e lì poi era buio pesto, come nella sua
scatola.
«Dove sarò mai capitato?» — pensava: «Sì, sì, quest'è tutta opera del diavolo nero. Ah, se ci
fosse qui, nella barchetta, la donnina del castello, mi sentirei tutto consolato, per buio che fosse!»
In quella, sbucò un vecchio ratto, che nel tombino aveva la sua casa.
«Hai il passaporto?» — domandò il ratto: «Fuori il passaporto!»
Ma il soldato rimase muto e si contentò di tener l'arma ancora più salda. La barchetta
seguitava, e il ratto dietro. Uh! come digrignava i denti, e come gridava a tutti i fuscelli, a tutte le
pagliuzze: «Fermatelo! fermatelo! Non ha pagato pedaggio, non ha presentato passaporto!»
La corrente divenne sempre più forte: il soldatino incominciava a veder chiaro già prima
d'essere fuori del tombino; ma, proprio nel medesimo tempo, sentì uno scroscio tale, che avrebbe
fatto tremare anche il cuore dell'uomo più valoroso. Figuratevi che il rigagnolo, appena fuori di quel
passaggio, si buttava in un largo canale con un salto altrettanto pericoloso per la barchetta quanto
sarebbe per noi la cascata del Niagara.
Oramai, il pericolo era così vicino, che egli non poteva più evitarlo. La barchetta precipitò; il
povero soldatino si tenne ritto, alla meglio, perchè nessuno potesse dire d'averlo nemmeno veduto
batter palpebra. La barca girò su se stessa tre o quattro volte, si riempì d'acqua sino all'orlo, sì ch'era
sul punto di calare al fondo: il soldato era nell'acqua sino al collo, e la barca sprofondava sempre
più giù, sempre più giù: la carta inzuppata era lì per isfasciarsi: già l'acqua si richiudeva sopra il
capo del soldato... Egli pensò allora alla graziosa ballerina, che non avrebbe mai più riveduto, e un
ritornello gli risonò agli orecchi:
Soldato, dove vai?
La morte incontrerai!
La carta si lacerò ed il soldato cadde di sotto; ma proprio in quel momento, un grosso pesce
lo inghiottì.
Allora sì, che si trovò al buio davvero! Si stava ben peggio lì che nel tombino, e pigiati poi...
Ma il soldato rimase imperterrito, e, anche così lungo disteso, mantenne pur sempre il fucile in
ispalla.
Il pesce non si chetava un momento: correva qua e là con certi guizzi terribili; alla fine, si
fermò e parve traversato come da un baleno: e allora qualcuno gridò forte: «Oh! il soldato di
stagno!»
Il pesce era stato pescato, e poi portato al mercato e venduto, ed era capitato in cucina, dove
la cuoca l'aveva aperto con un grande coltello.
Allora la cuoca prese il soldato con due dita a traverso il corpo e lo portò in salotto dove tutti
vollero vedere quest'uomo meraviglioso, che aveva viaggiato nel ventre d'un pesce. Ma non per
questo egli mise superbia: fu posto sulla tavola, e là... — Davvero che in questo mondo si dànno
certi casi meravigliosi!... — Il soldatino di stagno si trovò per l'appunto nello stesso identico salotto
di dov'era partito, si vide attorno gli stessi bambini, e vide sulla tavola, tra gli stessi balocchi, lo
splendido castello con la bella ballerina, che se ne stava sempre ritta sulla punta di un piede ed
alzava l'altro per aria, intrepida anche lei. Il nostro soldatino ne fu tanto commosso, che avrebbe
pianto lacrime di stagno, se non gli fosse parso vergogna. Egli la guardò, ed essa guardò lui, ma non
si dissero nulla.
A un tratto, uno dei bambini più piccini afferrò il soldato e lo gettò nella stufa, così, proprio
senza un perchè al mondo. Anche di ciò doveva aver colpa il diavolo nero della scatola.
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