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            bontà. Un poeta vero, un poeta nostro, Giovanni Pascoli, lo dice: «Or dunque intenso è il sentimento
            poetico di chi trova la poesia in ciò che lo circonda, e in ciò che altri soglia spregiare, non di chi non
            la trova lì e deve fare sforzi per cercarla altrove. E sommamente benefico è tale sentimento, che
            pone un soave e leggero freno all'instancabile desiderio, il quale ci fa perpetuamente correre con
            infelice ansia per la via della felicità. Oh, chi sapesse rafforzarlo in quelli che l'hanno, fermarlo in
            quelli che sono per perderlo, insinuarlo in quelli che ne mancano, non farebbe per la vita umana
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            opera più utile di qualunque ingegnoso trovatore di comodità e di medicine?» .
                   Ma da qualche tempo è invalsa l'opinione che non si debbano dare, in vece, ai fanciulli se
            non certi aridi libri infarciti di nozioni scientifiche, per paura di guastar loro la mente con la poesia!
            Il France si ribella: «Fiabe han da essere, fiabe per i piccini e per i grandi; belle fiabe in versi ed in
            prosa, che ci facciano ridere e piangere, e ci schiudano il paese incantato... I novellatori rifanno il
            mondo a modo loro, e dànno facoltà ai deboli, ai semplici, ai piccoli di rifarlo alla lor volta. Per ciò
            hanno sì grande potenza di simpatia; perchè aiutano ad immaginare, a sentire, ad amare. Nè abbiate
            paura che ingannino il bambino, popolandone la mente di elfi o di fate. Egli sa benissimo che la vita
            non ha di tali gentili apparizioni. Nella nostra società, ahimè, sin troppa è la gente positiva, che
            teme i danni dell'immaginazione. Ed ha torto, che dall'immaginazione, con le sue menzogne, è
            seminata ogni bellezza, ogni virtù nel mondo. Non si diventa grandi che col suo aiuto. Non temete,
            no, mamme, ch'essa perda i vostri figliuoli: li salverà più tosto, dalle colpe volgari e dai facili
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            errori.» .

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                   Fatto vecchio, quando anch'egli poteva starsene tranquillo accanto alla stufa del suo
            salottino, ascoltando lo scrosciar della pioggia, al di fuori, e il sibilo del vento, come il buon vecchio
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            poeta della novella,  l'Andersen soleva dire che «dopo tutto, la fiaba più bella è la vita.» E in vero,
            se dall'altezza gloriosa cui era giunto si volgeva a guardare il lungo cammino e la torbida alba, se
            riandava le pene, le lotte, le difficoltà dei primi passi, ben doveva la vita apparirgli fiaba assai più
            meravigliosa di quante il folletto Ole Luköie ne abbia mai imbastite, con la stoffa di cui son fatti i
            sogni.
                   Della sua vita si potrebbe fare davvero una novella. Basterebbe raccontare come lui, che
            animava e coloriva i più insignificanti particolari, e se doveva dire che i ragazzi eran partiti in
            carrozza, prendeva a prestito lo spruzzettino magico del folletto Serralocchi e la candela di cera del
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            suo poeta,  e ci faceva  vedere la partenza: «Ecco, la carrozza è alla porta. Su dunque! Addio,
            babbo; addio, mamma! Frusta, cocchiere! S-cic, s-ciac! E via se n'andarono!»
                   Il libriccino che, dopo la immortale raccolta delle novelle, è forse l'opera sua migliore, ha
            per titolo «Libro di figure senza figure» (Billedbog eden Billeder), e mostra, in una serie di quadri
            svariatissimi, con vivacità, con evidenza mirabile, «ciò che la luna vide». Il piccolo libro fu detto
            un'Iliade in un guscio di noce. Ma soltanto i poeti e le mamme sanno raccontare così e le mamme
            potrebbero far vedere ai figliuoli, come sfogliando un libro di figure, qualche scena almeno di
            quella lunga gloriosa Odissea ch'è la vita di Giovanni Cristiano Andersen.
                   Chiudete un momento gli occhi, — potrebbero dire, — e immaginate una piccola città,
            lassù, in quella verde isola di Fionia che i Danesi chiamano il loro granaio: una piccola antica città,
            dai tetti acuminati, e tutt'intorno, campi di grano, prati di un bel verde cupo, e un buon odore di terra

                   (5)  G. PASCOLI, Miei pensieri di varia umanità; Messina, V. Muglia, 1903: Il fanciullino, pag. 25. Sono pure
            tolte da queste mirabili pagine del Pascoli le parole citate più sopra: «il mondo nasce per ognun che nasce al mondo»
            (pag. 17) nell'edizione Zanichelli delle Opere, vol. Pensieri e discorsi.
                   (6)  A. FRANCE, op. cit., pagg. 271-73. Vedi nello stesso volume il Dialogue sur les contes de fée, pag. 274 e
            seguenti.
                   (7)  Novella XIX.
                   (8)  Novella XXXII e XXXIX.

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