Page 1171 - Shakespeare - Vol. 2
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uccidere da Bolingbroke, v. 1, I, iii, 268 e Richard II, III, ii, 142. Il verso, oscuro, è omesso in F e
                 in alcune copie corrette di Q (come pure il v. 93).
            210 IV,  i,  112-129  Thomas  Mowbray  Duca  di  Norfolk  e  Henry  Bolingbroke  Conte  di  Hereford  (131)
                 furono banditi da Riccardo II, nel momento che stavano per venire a duello a Coventry (135), vedi
                 Richard II, I, i e I, iii, e sopra, III, ii, 24, dove apprendiamo che Falstaff era stato paggio del Duca
                 di Norfolk: sottile collegamento fra trama comica e trama storica e fra due scene successive. Wilson
                 segnala che Holinshed non fa cenno della restituzione dei beni di Mowbray citata qui e in Richard II,
                 IV, i, 87-89. La descrizione vivida del duello offerta da Mowbray si addice al suo carattere pugnace.
            211 IV, i, 139 Westmoreland ripete quanto lo stesso Re ha affermato del suo rapporto con Riccardo II
                 in 1, III, ii, 50-84. Inoltre egli si contraddice su Mowbray padre, prima lodandolo per lusingare il figlio
                 (110), poi dicendo che era da tutti odiato.
            212 IV, i, 182 Il particolare dell’incontro a metà strada fra i due eserciti è tratto dalla seconda versione
                 dei fatti riferita da Holinshed, secondo la quale «il Conte di Westmoreland dichiarò loro che impresa
                 pericolosa  avevano  preso  in  mano  sollevando  uomini  e  muovendo  contro  il  Re,  consigliando  loro
                 pertanto di sottomettersi senza indugio alla pietà del Re e di suo figlio Lord John, che era presente
                 sul  campo  con  gli  stendardi  spiegati,  pronto  a  risolvere  la  faccenda  con  la  forza  delle  spade  se
                 rifiutavano il consiglio». I ribelli accettano di arrendersi e vengono giustiziati a York.
            213 IV, ii Non è una scena nuova ma una continuazione della precedente. In Q la didascalia è inserita
                 dopo il verso IV, i, 226.
            214 IV, ii, 10 Word ha qui il senso di “sacra scrittura”. C’è un gioco di parole su  word  e sword, più simili
                 nel suono nel ’500 che oggi.
            215 IV, ii, 40 Dopo aver paragonato la guerra all’Idra, l’Arcivescovo la paragona ad Argo, il mostro dai
                 cento occhi, e senza saperlo predice l’inganno di cui egli stesso resterà vittima (ironia drammatica):
                 gli occhi della ribellione verranno indotti al sonno dalla concessione dei desideri espressi. Da notare
                 che  in I, iii, 33 il ribelle Bardolph aveva accusato Hotspur di essersi «gettato nella rovina ad occhi
                 chiusi».
            216 IV,  ii,  51  Parole  minacciose,  che  riprendono  un  bisticcio  già  impiegato  da  Falstaff  nella  scena
                 precedente (III, ii, 289) e il nome stesso del suo deuteragonista, Shallow. Cfr. anche v. 118. Sta
                 per nascere un litigio, e a questo punto Westmoreland cortesemente richiama il Principe al nocciolo
                 della  questione  (Capell,  Wilson).  In  realtà  la  predizione  di  Hastings,  nonostante  l’immediata
                 repressione compiuta da Lancaster, si avvererà con la guerra fra le case di Lancaster e York, cui
                 solo  i  Tudor  avevano  posto  fine  nel  1485,  salvando  (secondo  la  versione  dei  cronisti  tudoriani)
                 l’Inghilterra da una lunga guerra civile di cui non si vedeva la fine.

            217 IV,  ii,  67  In  Q  i  vv.  67-68  sono  ancora  attribuiti  all’Arcivescovo,  69-71  a  Lancaster.  Seguiamo  la
                 distribuzione di F.

            218 IV, ii, 82 Un’antitesi analoga è espressa da Northumberland in I, i, 137-139.
            219 IV, iii Conclude l’episodio di Gaultree e la vicenda della rivolta e riporta in scena Falstaff soldato, che
                 nel monologo sul vino completa il ritratto di John di Lancaster, paragonandolo sfavorevolmente al
                 Principe Hal. In prosa, salvo per alcuni brani in blank verse, di tono più elevato: 24-29, 63-65, 69-83
                 (79-83  sono  stampati  come  prosa  in  Q;  80-81  rimano).  Shakespeare  ha  tratto  il  nome  del
                 prigioniero di Falstaff da Holinshed, che riferisce che “Sir Iohn Colleuill of the Dale” fu decapitato con
                 altri a Durham (non York, vedi 72).

            220 IV, iii, 17 Cfr.  I, ii, 210-212, dove Falstaff lamenta ironicamente il terrore che il suo nome incute al
                 nemico.  Qui  vediamo  che  non  si  trattava  di  un’esagerazione,  non  perché  Falstaff  sia  davvero
                 valoroso,  ma  perché  il  mondo  è  vittima  della  Fama  (vedi Prologo),  al  cui  abito  rimanda  anche
                 l’immagine  delle  lingue  della  battuta  successiva.  L’episodio  di  Coleville  vale  a  parodia  della  resa
                 incauta dell’Arcivescovo e dei suoi complici.
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