Page 1235 - Shakespeare - Vol. 3
P. 1235

natura  perversa  del  marito,  ma  è  la  prima  a  sospettare  l’esistenza  di  un
          intrigo, e la prima a svelarlo. Si erge come può a difendere Desdemona col
          marito; ci fosse stata qualche coincidenza in meno, forse l’avrebbe salvata. È
          l’unica che parla il linguaggio della realtà. La sua, e quella di Desdemona,

          sono  le  uniche  due  voci  schiette:  perciò  forse  non  comprendono  la  falsità
          delle altre.
          Il mostro della gelosia è, nel dramma, un mostro evocato, reso presente alla
          mente e nell’animo, ma creato dal nulla e sul nulla: perciò tanto più forte.

          Othello è una tragedia della gelosia, ma della gelosia come conseguenza di
          quella confusione di linguaggi e di voci, di quella comunicazione sfalsata e
          mancata, di quella volontà di pervertire il senso di cui si è detto: «All that’s
          spoke is marr’d» (V, ii, 357). La tragedia della gelosia è perché i personaggi

          parlano con codici diversi, che si incontrano solo sotto mentite spoglie, per
          inganni, come apparenza che subordina a sé la realtà, menzogna che asserve
          a  sé  il  vero.  Come  nei  grandi  drammi  problematici  e  nelle  altre  grandi
          tragedie  di  Shakespeare,  il  conflitto  che  sottende  anche  quest’opera

          «domestica» è il conflitto tragico fra apparenza e realtà, ciò che è detto e non
          detto,  rivelato  e  sottaciuto,  esplicito  e  rimosso.  L’inversione  dei  ruoli  che
          coinvolge  i  protagonisti  è  possibile  perché  nel  dramma  vero  e  falso,
          apparenza e realtà risultano o vengono resi impossibili da districare: sia per

          l’impossibilità  di  distinguerli  fra  le  informazioni  date  e  ricevute,  sia  perché
          sono  più  profondamente  e  ontologicamente  confusi.  «’Tis  a  pageant  /  To
          keep  us  in  false  gaze»:  quasi  a  ogni  passo  appare  possibile  invertire  o
          pervertire  la  verità  nel  suo  contrario,  far  apparire  vera  la  menzogna,

          ingannare  o  ingannarsi  su  quel  che  si  vede  o  si  crede  di  vedere.  È  un  po’
          perché l’uomo vuole così (Otello nel profondo vuol sentire e credere quel che
          gli dice Iago), ma anche perché i tempi, il mondo, i valori e i codici, come
          Shakespeare dice altrove, son fuori sesto.

          Othello si basa molto su paradossi, ossimori, ambiguità (G. Melchiori e altri),
          al  pari  di Hamlet,  King  Lear,  Antony  and  Cleopatra.  Cos’è  esattamente
          Desdemona − «a maiden never bold» o «half the wooer» (I, iii, 94, 176), la
          candida  innocente  o  la  smaliziata  veneziana?  Come  in Macbeth  (I,  i,  11),

          scorre  il  sospetto  che  «Fair  is  foul,  and  foul  is  fair»:  un’immagine  simile  è
          anche qui, «far more fair than black» (I, iii, 290). La castità di Desdemona è
          costantemente rovesciata nel suo contrario, così come la disonestà di Iago
          viene  costantemente  celata  sotto  la  continua  ripetizione  della  sua  onestà.

          «...I do beguile / The thing I am, by seeming otherwise» (II, i, 122-123) dice
          Desdemona,  sia  pur  per  celia,  ma  Otello  dirà  a  Iago:  «I  think  my  wife  be
   1230   1231   1232   1233   1234   1235   1236   1237   1238   1239   1240