Page 1183 - Shakespeare - Vol. 2
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di vista globale è veramente cosmico, tutto è visto come dall’alto e col sorriso
degli dei. Assorto in quella che Hoffmanstahl chiamò «la musica
dell’assieme», Shakespeare dispone i suoi materiali in strutture sinfoniche di
temi e toni, nelle quali ogni dissonanza contribuisce a una superiore armonia:
bonomia comica e gaiezza, riso spensierato e derisorio, il fiabesco e l’onirico,
il sentimentale e il romanzesco, il razionale e l’irrazionale s’integrano in una
polifonia che suona meravigliosamente spontanea, naturale.
Ed è lasciato alle varie letture il veder prevalere di volta in volta, come
avviene per i personaggi aperti e interpretabili in modi diversi, una delle
tonalità tutte atte potenzialmente a farsi dominanti: ad esempio, la gioia
rinascimentale del vivere e dell’attuarsi in un’euforia ottimistica che richiama
le gioie dell’infanzia, oppure, variato il fuoco della lettura, l’ironia e la scepsi
altrettanto rinascimentali, che venano la visione d’umor malinconico o amaro,
la striano di tracce satiriche e la incupiscono di dubbio, se non del senso
dell’assurdo e del nulla nel cuore della vita. Quando la visione comica tocca
un certo grado di altezza diventa, per dirla con Coleridge, non più fantasia ma
immaginazione e simbolo dell’esistere, e allora può includere, senza cessare
di divertire e far ridere, la coscienza dell’ingiustizia che c’è nello sfrenarsi
dell’io che gode del suo trionfo sulle ragioni del reale (Freud) e si bea della
propria felicità soggettiva fondata sul niente (Hegel).
Aveva ragione Johnson a dire, riscattando implicitamente la commedia dalla
sua inferiorità, che Shakespeare scrive opere di un tipo nuovo (Hegel poi
ritroverà il termine «dramma» ma in un senso diverso), che non sembrano
avere uno scopo morale. Difatti la grande commedia, come la grande
tragedia, è esente da morali, messaggi, dogmi, conclusioni e consolazioni.
Anch’essa mostra l’uomo deinos dei greci, l’uomo che suscita meraviglia e
paura per le sue capacità e il suo abominio. Ma lo mostra con una propria
modalità di leggerezza, e di reticenza (grande dono del genio, quest’ultima),
senza forzare i toni e senza far prevalere a volte nessun tema o personaggio,
tanto che spesso è difficile indicare chi siano i protagonisti di una commedia
di Shakespeare, e quali ne siano l’intreccio e il senso dominanti. Certe sue
commedie possono apparire davvero eteree e irreali, variazioni armoniche sul
tempo che passa. La distanza sincretica vi fa della realtà un velo di Maia, e
toglie importanza all’agire umano alla luce del loro cosmico, sorridente
understatement.
A questa luce conviene rivivere, nonostante il suo «realismo», anche Molto
rumore per nulla, e anzitutto rimeditare il suo titolo, quello originale
naturalmente, Much Ado about Nothing. Alcuni titoli di commedie di