Page 1188 - Shakespeare - Vol. 2
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freudiano  dell’innamoramento  e  dell’unione  legale,  si  nasconde,  e  viene  a
          galla alla prima occasione − che è qui la trappola burlesca e «maieutica»,
          preparata loro dagli amici − un’attrazione reciproca e un bisogno di dedizione
          amorosa che non sono certo tanto spirituali quanto corporali, sentimenti ben

          lontani dal platonismo cortese delle fonti castiglionesche o spenseriane. Ma a
          proposito di questa coppia, ci sono almeno due radicati malintesi da sfatare.
          Uno  è  quello  che  a  cominciare  dal  Seicento  vede  nella  sottotrama  di
          Benedetto e Beatrice «il vero tema della commedia», come dice approvando

          il Palmer, il centro vitale dell’opera. Mentre s’è detto come questa parte è
          integrata bene e senza preponderare affatto nel complesso dell’opera. L’altro
          malinteso è espresso indirettamente da G.B. Shaw (il passo è alle pp. 156-7
          d i Shaw  on  Shakespeare a  cura  di  Edmund  Wilson,  1969),  il  quale  al

          contrario,  in  quei  battibecchi  tra  un  uomo  d’azione  e  un’ereditiera  di
          provincia, trovava ben poco intelletto e molto di «povero, volgare, scadente e
          ovvio», riscattato per fortuna nella «musicalità» dell’insieme. La verità è che
          Shakespeare,  in  questa  commedia  per  nulla  sentimentale  o  «romantica»,

          mostrava  nei  due  stupendi  personaggi  non  chissà  che  speciale  acume  di
          intelletto,  ma  solo  la  capacità  di  usare  con  brio  il repartee cortese,  il
          linguaggio  arguto  convenzionale  e  di  gran  moda.  È,  un  gioco  che  i  due
          giocano,  e  ciascuno  in  modo  diverso:  con  maggior  garbo  il  giovane  conte

          aduso  alle  corti  «continentali»,  con  più  aggressività  e  sfacciataggine  la
          ragazza  di  provincia,  ma  tutti  e  due  non  senza  luoghi  comuni,  ovvietà  e
          volgarità.  Questa  è  la  loro  realtà  e  questa  è  mostrata  nel  loro  rapporto  di
          giovani incolti e intelligenti, nervosi, superficiali e di buon cuore.

          C’è poi un’altra realtà che viene mostrata in tutti e quattro gli innamorati, ed
          è la natura dell’amore. L’opera, che è una delle commedie che trattano con
          più  delicata  poesia  gli  effetti  estatici  dell’innamoramento,  è  anche  una
          trattazione ironica e sferzante della fenomenologia dell’amore. Eros è un dio

          potente dalle mille forme, ed è «figlio della fantasia, concepito dalla tristezza
          e nato dalla pazzia» (Come vi piace, IV, i, 196-98). Il suo operato sui mortali
          è una vecchia e ovvia faccenda comica di cui tutti ridono, ma poi per chi la
          prova è esperienza unica che fa tremare le vene e i polsi: «Oh meraviglioso,

          meraviglioso!  Meraviglioso  più  d’ogni  meraviglia!  E  ancora  di  nuovo
          meraviglioso!»  (Come  vi  piace,  III,  ii,  188-98).  E  come  si  potrebbe  mai
          definire l’amore con maggior precisione scientifica? Esso è la trappola della
          Natura, dice Eros, esso è la danza della vita, aggiunge Beatrice, ed esso è

          anche,  lo  sa  bene  Benedetto,  una  pericolosa  malattia  della  volontà  e  del
          sentimento, ma è infine la pace dell’anima da augurarsi a tutti. La sua natura
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