Page 1179 - Shakespeare - Vol. 2
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PREFAZIONE
L’idea di dividere nettamente l’arte teatrale nei due generi della tragedia e
della commedia è un’eredità lasciataci da Aristotele, che già abbozza a
sufficienza i caratteri del secondo genere nel primo libro della Poetica. Ed è
un’eredità dubbia, che il teatro moderno ha messo secoli per liquidare. L’idea,
come si sa, ebbe un gran seguito durante la rinascita cinquecentesca del
teatro europeo, soprattutto in Italia, che è stata da sempre, si direbbe, terra
di molta teoria e poca pratica. Con qualche eccezione, rappresentata sulle
scene da Machiavelli e Ruzzante. Diversamente è stato nell’empirica
Inghilterra, dove Ben Jonson, per citare un grande esempio, predicava bene
(da aristotelico ortodosso) e razzolava male, cioè benissimo, nei suoi
capolavori dall’anima ancipite e tricipite. E poi metteva in chiaro, sia pure per
un felice malinteso nella lettura dello Stagirita, che la commedia non sempre
ha a che fare col ridere, e anzi la migliore è esente da quella pecca. Col che
non si può concordare, se non si vuol secondare la condanna del riso, della
satira e dell’osceno da parte della Chiesa e del Potere. E d’altra parte il riso,
quello spirituale e poetico mostrato nella visione comica, e non quello pratico
che magari essa si propone di suscitare, non si può certo ridurre al ghelos di
Aristotele e anche di altri teorici moderni. Il «riso d’arte» è altrettanto
complesso e polisemico del riso naturale e vissuto, fenomeno tanto vasto che
è impossibile definirlo com’è impossibile definire la cosiddetta commedia.
Perché forse ci sono pochi sentimenti e stati d’animo umani che non si
possano esprimere attraverso una delle gamme del riso.
Già un grande «comico» come Aristofane, e un gran pensatore dall’anima
d’artista come Platone, avevano indicato come il riso e il pianto sono uniti per
la testa «non solo a teatro, ma in tutta la tragedia e la commedia della vita»
(Filebo, 50a-b). E poi Menandro e i suoi seguaci latini Plauto e Terenzio, che
offrirono i modelli del genere al grande Rinascimento, avevano sdoppiato la
formula istituzionale del ridicolo opponendo a una «commedia amara» una
«commedia dolce», a una d’inganni una di sentimenti e di coincidenze,
dominata da quella «fortune qui est maîtresse de la scène» (Ronsard), e a un
riso derisorio, indicato come fonte del comico, le rire dans l’âme, il riso del
cuore, il riso bonario e tutta l’altra vasta gamma del sorriso. E a Londra Sir
Philip Sidney aggiungeva al tipo oraziano della «commedia morale» un’altra
«commedia della gioia», (delight) che fa a meno del riso e si basa sul diletto