Page 1185 - Shakespeare - Vol. 2
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di Molte fatiche per nulla − trascurando per una volta, per l’esattezza, la pur
importante sanzione dell’uso − se quel piccolo mondo, sistema di opposizioni
fittizie che in un attimo il Caso fa svanire nel nulla, è un microcosmo che
riflette il macrocosmo, ecco che il titolo suona come una definizione della
vita, quasi il risvolto comico di quella tragica di Macbeth, «un racconto fatto
da un idiota pieno di grida e furia, che non significa niente». E insieme, s’il
vous plaira, direbbe Montaigne, come un suggerimento sul senso da dare,
senza illusioni, alla vita: che, se accolto, funzionerebbe come un rimedio in
pillola contro il male di vivere. La realtà dell’agitarsi umano mal si distingue
dall’illusione, anzi è un sogno come dice Prospero nella Tempesta poco prima
di Calderón. Come sempre nella grande commedia, l’esistenza è relazionata
al nulla. A ciò può alludere, sotto la sua apparente frivolezza, quel titolo.
Molto rumore per nulla può ben dirsi un analogo inglese della «comedia de
capa y espada» spagnola del Siglo de Oro, e forse anche, con tutta la sua
dimensione di «city comedy», dei drammi romanzeschi a lieto fine di Euripide
(ma per questi un’analogia più precisa è nei «romances»). Ormai nessun
critico accusa, come una volta, di farragine e di confusione questo capolavoro
di tecnica teatrale. Alcuni critici − tra i quali, sia pure di passaggio in un
ottimo studio del Sogno, Marcello Pagnini − hanno evidenziato la struttura a
chiasmo dei due intrecci d’amore (matrimonio voluto/matrimonio rifiutato per
Claudio-Ero; matrimonio rifiutato/matrimonio voluto per Benedetto-Beatrice),
e i parallelismi e le opposizioni fittizie a vari livelli (Ero creduta infedele ma
fedele; Ero creduta morta ma viva; Beatrice creduta incapace d’amare ma
innamorata; mondo fittizio creato da Don Juan che si urta col mondo fittizio
creato dall’equivoco della ronda di notte) che sono i nodi sciolti infine da un
tocco del Caso. La commedia si va costruendo sopra un’impalcatura di
malintesi e di errori dai quali nessuno è esente, ed è come un castello di
carta che la Fortuna infine fa crollare con un soffio. Ma ciò che resta in terra è
purtuttavia un mondo reale, reale come i baci che si scambiano gli amanti,
che il suo opposto ha contribuito a creare, e che nasce dalla morte di quello.
Sicché l’arco dell’azione consiste prima in questo erigere ciò che non è, da
parte di personaggi che con tutta la loro concretezza vivono più nella propria
fiaba che nella realtà; e alla curvatura − la chiave di volta chiamata turning
point, e cioè rovesciamento o riconoscimento o agnizione − incomincia la
nascita del nuovo mondo reale. L’interazione tra ciò che è e ciò che non è, e
tra vita e morte, è tema profondo dell’opera.
Giorgio Melchiori ha tracciato in modo efficace, con analogie musicali, lo
schema dell’azione, che si sviluppa in quattro giornate quasi per movimenti