Page 7 - Il pozzo e il pendolo
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quello che ne rimaneva, ma tutto non era perduto. No;
né nel sonno più profondo, né nel delirio, né nello sveni-
mento, né nella morte, né persino nella tomba, tutto non
è perduto. Altrimenti non vi è immortalità per l’uomo.
Destandoci dal sonno più profondo, laceriamo la tela di
ragno di qualche sogno. Tuttavia, un istante dopo (tanto
fragile può essere stata la tela) non ricordiamo d’aver
sognato. Nel ritornare alla vita dallo svenimento vi sono
due gradi: il primo è quello del senso dell’esistenza
mentale o spirituale; il secondo quello dell’esistenza fi-
sica. È da presumere che, ove, giunti al secondo grado,
potessimo ricordare le impressioni del primo, queste im-
pressioni ci rivelerebbero alquanto dell’abisso di là. E
quest’abisso che cos’è? Come, almeno, distinguere le
sue ombre da quelle della tomba? Ma se le impressioni
di quel che ho definito il primo grado non rispondono al
richiamo della volontà, appaiono però, dopo un lungo
spazio di tempo, senza esser chiamate, e noi ci doman-
diamo stupiti di dove possano essere sorte. Chi non è
mai svenuto non è colui che nelle braci ardenti vede
strani palazzi e volti bizzarramente familiari; non è colui
che contempla librantisi nell’aria le tristi visioni che al
volgo non è dato conoscere; non è colui che medita sul-
l’olezzo di qualche fiore ignoto; non è colui che sente il
suo cervello perdersi nel mistero di una melodia che pri-
ma non ha mai fermato la sua attenzione.
Fra le prove ripetute e concentrate, fra gli sforzi ener-
gici di ricuperare qualche traccia dello stato del nulla
nel quale era in apparenza caduta l’anima mia, vi sono
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